DECLINO COGNITIVO GIÀ A 50 ANNI MA IL SEGRETO E’ IL MOVIMENTO

Se temete il declino fisico dopo aver spento le prime 50 candeline forse dovreste preoccuparvi anche di quello cognitivo. E’ a partire da questa età infatti che memoria e attenzione iniziano a fare cilecca. 

Le due cose però sono correlate strettamente: lo hanno dimostrato i ricercatori dell’Università di Ginevra in uno studio su 100 mila persone le cui capacità sono state misurate ogni 24 mesi per 12 anni. I risultati hanno mostrato che i soggetti mentalmente attivi sono quelli più propensi a fare movimento e scongiurare l’inattività più di quanto non funzioni la relazione inversa. Il che un po’ contraddice le precedenti teorie. Quindi dovremmo dare all’allenamento cerebrale?

Il fatto che il movimento protegga dal declino cerebrale potrebbe essere solo una parte della storia. 

L’aumentare dell’età ha come effetto la perdita di massa muscolare come tributo da pagare al tempo che passa. 

La perdita di massa muscolare è correlata ad un aumento di quella che possiamo chiamare ‘fragilità’ che aumenta insieme al resto delle patologie degenerative. 

E’ come se le funzioni che governano l’organismo rallentassero, così come i processi riparativi delle cellule e dei tessuti.

Il recupero da un trauma, un infortunio o una malattia segue questa regola e rischia di diventare un processo più complicato e lento. 

Se una regolare attività fisica ha mostrato di rallentare la progressiva degenerazione, un nuovo studio sembra indicare che il movimento possa realisticamente invertire il processo di invecchiamento, agendo sulle cellule staminali muscolari coinvolte nella rigenerazione dei tessuti.

La ricerca, al momento eseguita su un gruppo di atletiche cavie, sembra suggerire che corsa, biciclette e attività aerobiche in genere possono aiutare gli anziani a recuperare con la stessa efficienza di quando erano giovani. 

La scoperta, che ha meritato la pubblicazione tra le pagine di Nature Metabolism, supera l’evidenza che il movimento faccia guadagnare anni liberi da malattia.

L’attività aerobica porterebbe le cellule adulte a ‘comportarsi’ come se fossero giovani.

Le cavie giovani ed anziane sono state divise in gruppi e ad alcune è stato consentito l’accesso ad una ruota automatica per 3 settimane, mentre altre sono rimaste inattive. 

Già entro la prima settimana le cavie giovani correvano 10km e quelle anziane 4.9 km per notte (una quantità sovrapponibile ad un’attività aerobica regolare).

Dopo 3 settimane, le cavie attive sono state trasferite in una gabbia senza ruota.

I ricercatori hanno quindi danneggiato le loro fibre muscolari per analizzare in che modo si attivassero i processi respiratori.

Hanno poi trapiantato cellule staminali muscolari dei topi anziani ma atleti nei topi più giovani che non avevano corso, constatando come queste si comportassero allo stesso modo delle staminali dei topi giovani.

Quindi i topi anziani corridori avevano cellule staminali efficienti. 

I topi anziani attivi non producevano una quantità maggiore di staminali dei muscoli ma ugualmente performanti rispetto a quelle dei giovani in termini di efficienza riparativa. 

Benefici che però scomparivano dopo una settimana di inattività il che suggerisce come l’esercizio debba essere costante.

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