Chemo brain: l’effetto delle terapie antitumorali sul cervello

La lotta contro i tumori è nel pieno del suo sviluppo e la scienza ha fatto progressi inimmaginabili: le terapie disponibili hanno stanno portando il tumore ad essere una malattia a lungo termine, ad una cronicizzazione. Ma anche sopravvivere non è un percorso privo di ostacoli e conseguenze e un evento così dirompente non sempre si può archiviare. 

Può succedere infatti che le cure abbiano un corollario di effetti indesiderati anche a distanza di tempo. Tra quelli riferiti come più difficili da affrontare ci sono quelli cognitivi, che interferiscono con il ‘funzionamento’ sociale, la qualità di vita e l’autostima. 

Vuoti di memoria, difficoltà di concentrazione, disturbi dell’attenzione, confusione, sono alcuni dei sintomi riferiti più di frequente. Negli ultimi 20 anni sono state raccolte prove che i deficit cognitivi siano attribuibili, in gran parte, agli effetti neurotossici dei farmaci per la chemio. E sebbene in molti casi si risolvano con la fine dei trattamenti, alcuni individui possono soffrirne anche a medio e lungo termine.

Il fenomeno chiamato ‘chemo-brain’ dagli specialisti, sembra determinato da un deterioramento della microglia, l’insieme di cellule cerebrali di sostegno (gliali) che hanno funzioni di nutrimento e difesa cerebrale.

L’analisi dei dati relativi un campione di persone che avevano partecipato allo studio NAHNES National Health and Nutrition Examination Survey, ha riportato che il 14% dei sopravvissuti al cancro riferivano problemi di memoria, rispetto  all’8% di quelli che non avevano malattie oncologiche. Tra le pazienti con cancro al seno, disturbi cognitivi sono stati riferiti dal 20%, in soggetti con il cancro al colon nel 37% e nei maschi con tumore al testicolo nel 46% dopo la chirurgia ma prima della chemio. Questo indicherebbe che anche procedure chirurgiche e anestesia influirebbero sulle capacità cognitive specialmente nei pazienti più anziani. Mentre secondo l’ASCO più del 75% dei pazienti oncologici fa esperienza di disturbi cognitivi durante il trattamento e il 35% ne è afflitto anche mesi dopo. 

Uno studio apparso su Cell alla fine del 2018   ha indicato che i trattamenti con metotrexato influiscono sul corretto funzionamento di ben tre tipi di cellule presenti nella materia bianca cerebrale. Sono oligodendrociti che producono mielina, la sostanza che ricopre e isola gli assoni, permettendo una più veloce ed efficace trasmissione dell’impulso nervoso. Poi gli astrociti che contribuiscono alla salute del sistema nervoso e la già citata microglia: cellule specializzate del sistema immunitario che agiscono come soldati dei corpi speciali in caso di aggressioni dall’esterno. Nello studio su cavie a cui è stato somministrato il farmaco chemioterapico, dopo 4 settimane si è vista la distruzione delle cellule precursori degli oligodendrociti, incapaci di raggiungere la maturità, con un effetto prolungato a 6 mesi dal termine della terapia. Mentre gli effetti negativi sulla mielina hanno portato allo sviluppo di disturbi di movimento, di memoria, attenzione e ansia. 

Quando i ricercatori hanno provato a trapiantare i precursori degli oligodendrociti di topi sani nel cervello di quelli che avevano ricevuto la terapia, si bloccava la maturazione, a dimostrazione che il chemo-brain induce una profonda alterazione dell’intero ambiente cerebrale. 

Ma come sottolineato da Michelle Monje, una delle massime esperte mondiali e autrice dello studio, non tutto è  perduto: “oggi è possibile intervenire e indurre una rigenerazione così da prevenire danni irreversibili ma prima è necessario capire quali altre molecole determinano i disturbi, a quali dosi e quale impatto abbia la durata delle terapie”. Sotto la lente indagatrice  dei ricercatori ci sono le antracicline, così come gli inibitori delle aromatasi (usati come cura adiuvante nei tumori al seno ormono-dipendenti). 

La correlazione tra terapia con cisplatino e neurotossicità è ben nota, con il suo corollario di stress ossidativo e infiammazione. Per evitarne gli effetti negativi si sta studiando l’impiego si sostanze neuroprotettive come la N- acetilcisteina:  la letteratura più recente indica la possibilità della NAC di contrastare malattie degenerative e mentali grazie al suo potenziale neuroprotettivo. Ma anche la somministrazione di DHEA  (Il deidroepiandrosterone (DHEA) è uno steroide prodotto dal surrene ed è un precursore degli estrogeni e degli androgeni che ha effetti simili a quelli del testosterone) prima della chemio è allo studio per verificarne la capacità di alleviare i disturbi e diminuire l’impatto sul cervello. 

In qualche modo  quindi le terapie possono provocare un certo grado di invecchiamento del cervello così come scoperto dai ricercatori dell’Università della California che hanno rinvenuto marcatori di invecchiamento biologico, danni al DNA e telomeri più corti ( le  piccole porzioni di DNA che si trovano alla fine di ogni cromosoma e la cui lunghezza è un indicatore di longevità). Scoperte che porteranno a mettere a punto strategie per impedire questi danni ad esempio con sostanze ad effetto neuroprotettore. 

Anche l’associazione degli oncologi americani (ASCO) ha riconosciuto l’importanza del problema e nel 2014 ha pubblicato delle linee guida per la gestione della fase successiva alla malattia e  delle conseguenze più diffuse: disturbi dell’umore, fatigue, neuropatie periferiche. 

Ma non sarebbero solo le terapie a determinare i disturbi: si sospetta infatti che i meccanismi biologici del cancro determinino uno stato di violenta infiammazione sistemica che coinvolge anche i tessuti cerebrali a cui si aggiunge lo stress che segue alla diagnosi e che potrebbe contribuire allo sviluppo di disturbi come depressione e ansia. 

Articolo già apparso su Huffington Post al seguente link https://www.huffingtonpost.it/entry/anche-il-cervello-cambia-dopo-il-tumore-disturbi-cognitivi-per-il-75-dei-pazienti_it_5d39ab9ce4b020cd994f9d80

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